L’investigatore più famoso e cervellotico della letteratura gialla ritorna nuovamente sullo schermo eseguendo un balzo generazionale in avanti grazie alla regia di Guy Ritchie. Dimentichiamo (per chi quantomeno ha l’età per aver visto -nonché apprezzato-) le precedenti trasposizioni su schermo del famoso detective. Dimentichiamo l’aplomb puramente inglese. Dimentichiamo il risolvere i casi solo con l’acume. Guy Ritchie proietta Sherlock Holmes direttamente nell’anno 2000, modernizzandolo nel classico.
Dimenticatevi il vecchio Sherlock Holmes: alto, segaligno, privo di qualsiasi emozione, automa, con le rotelline del cervello che macinano idee e intuizioni dei film in bianco e nero, ma lasciatevi andare al nuovo Sherlock Holmes: un casinista da paura, disorganizzato, inquieto, soffre di pene d’amor perdute (cit.), fa a botte solo per il gusto di sfogarsi, antipatico quando cerca di rovinare la felicità di Watson.
Dimenticatevi del vecchio Dr Watson: basso, tozzo, goffo, quasi stupido, baffoni folti, insignificante, ma guardate al nuovo Dr Watson: si è fatto più carino (sicuramente le donne apprezzaranno molto), è tutto ciò che Holmes non è, è più sveglio, sa come usare le mani e il cervello.
Dimenticatevi della totale assenza di donne, qua troverete una fascinosa ladra su commissione e per proprio diletto, che metterà in seria difficoltà Holmes, sia perchè gli risveglia certe cose sopite da un pò di tempo, sia perchè lo fa finire in situazioni pericolose e/o a dir poco imbarazzanti (il cuscino…).
Insomma, pensate che lo Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle, sia ancora così noioso?

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